Anche i Morti mangiano Ramen

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07:16 Kamichi:
  [Konoah - Verso Ichiraku] Il sole di metà pomeriggio filtra pigro tra i tetti di Konoha, disegnando strisce dorate sul selciato del villaggio. Le strade sono animate dal solito via vai di civili e shinobi, voci che si sovrappongono al canto lontano degli uccelli e allo scricchiolio dei carri trainati lungo la via principale. Kamichi cammina con le mani infilate nelle tasche della giacca, il simbolo della Foglia inciso sul suo protettore frontale che luccica ogni volta che il sole lo colpisce di sbieco.È stata una mattinata lunga. Non per le missioni — a dire il vero nelle ultime settimane le missioni sono state poche e di rango basso, niente che faccia battere il cuore più del normale — ma per gli allenamenti. Ha passato ore nel campo di addestramento a lavorare sui sigilli, sudando su sequenze di mudra che le sue dita continuano a sbagliare nell'ordine, finché i polpastrelli non gli sono rimasti rossi e indolenziti. Nessuno lo ha visto fallire. Nessuno lo ha visto rialzarsi ogni volta, però. Questo, pensa, è il vantaggio di allenarsi da soli.Il ventre emette una protesta sorda, quasi offesa dall'assenza prolungata di cibo. Kamichi abbassa lo sguardo sul proprio stomaco con un'espressione semiseria.«Hai ragione» mormora tra sé, come se quella fosse una risposta dovuta.Non ci vuole molto a decidere dove andare. La risposta arriva prima ancora che la domanda si formi per bene nella testa — l'Ichiraku. C'è sempre l'Ichiraku, quando la giornata è stata dura e il corpo chiede qualcosa di caldo. Kamichi svolta a destra imboccando una delle strade laterali che conosce a memoria, quella che taglia corto evitando la piazza centrale sempre affollata a quest'ora. I suoi passi sono leggeri, quasi automatici, il ritmo di chi cammina su un percorso fatto decine di volte. Nell'aria c'è odore di legno caldo e di pane appena sfornato da una bottega che passa alla sua sinistra, e per un momento si ferma, attirato, ma poi la memoria gli riporta il profumo preciso del brodo dell'Ichiraku — quella base densa di ossa e salsa di soia, con lo strato sottile di grasso che galleggia in superficie — e i piedi riprendono a muoversi da soli.Konoha nel pomeriggio ha qualcosa di familiare che non riesce mai a stancare. Le famiglie sui gradini di casa, i bambini che corrono tra le gambe degli adulti, due anziani seduti su una panchina che discutono animatamente di qualcosa che probabilmente non ha nessuna importanza. Kamichi li osserva di sfuggita mentre passa, e per un attimo si chiede come sia vivere così — senza il peso costante di un protettore frontale, senza le ore di allenamento, senza quella sensazione di dover sempre diventare qualcosa di più. Poi scrolla le spalle. Non è una domanda che lo tormenta, solo una di quelle che affiorano nei momenti quieti e poi scompaiono altrettanto in fretta.Il tendone rosso e bianco dell'Ichiraku compare in fondo alla via, riconoscibile da lontano.

07:22 Kamichi:
  [Konoah - Verso Ichiraku] Il tendone dell'Ichiraku si muove appena, cullato da una brezza leggera che porta con sé l'odore inconfondibile del brodo. Kamichi lo sente prima ancora di essere abbastanza vicino da leggere il cartello, e qualcosa nei muscoli delle spalle si scioglie leggermente, come se il corpo riconoscesse il posto prima della mente. Si avvicina con passo tranquillo, allontana il lembo del tendone con una mano e si infila dentro.
L'interno del locale è semplice, essenziale — bancone di legno consunto dal tempo e dall'uso, sgabelli alti disposti in fila, le pentole sul fuoco che borbottano con voce bassa e costante. L'odore qui dentro è più intenso, avvolgente, carico di vapore e spezie. Kamichi inspira lentamente, quasi di proposito, e lascia che quella sensazione gli sistemi il resto della giornata sullo sfondo.
Ci sono altri due clienti seduti al bancone — un uomo anziano che slurpa rumorosamente senza alzare gli occhi dalla ciotola, e una ragazza in abiti civili che tiene le mani attorno alla tazza di tè aspettando l'ordine. Kamichi sceglie uno sgabello lasciando uno spazio libero di mezzo tra sé e la ragazza, si siede, e appoggia i gomiti sul bancone con la naturalezza di chi è di casa.
«Kamichi-kun, è un po' che non ti vedo.»
La voce viene dall'interno della cucina. Teuchi, il vecchio proprietario, si sporge leggermente oltre il bordo della pentola con un mestolo in mano e un'espressione bonaria sul viso segnato dagli anni. Ha quella capacità rara di ricordare i clienti abituali come se fossero parenti — non in modo invadente, solo con quella familiarità tranquilla che fa sentire il posto più grande di quello che è.
«Allenamenti» risponde Kamichi semplicemente, appoggiando il mento su una mano. «Sono stato fuori dal giro qualche giorno.»
«Si vede» dice Teuchi con un mezzo sorriso, indicando vagamente le occhiaie del ragazzo. «Il solito?»
Kamichi ci pensa un secondo — solo un secondo, perché la risposta è già pronta — e annuisce. «Miso. Con uovo. E il brodo abbondante, se riesci.»
«Ci riesco sempre.»
Il vecchio si gira verso i fornelli con la lentezza metodica di chi sa esattamente quello che fa e non ha bisogno di affrettarsi. Kamichi lo osserva per qualche istante, poi sposta lo sguardo sulle pentole che fumano, sul muro dietro il bancone dove sono appese alcune fotografie sbiadite e un vecchio calendario. C'è qualcosa di immobile in questo posto, pensa. Come se il tempo qui dentro scorra più piano che fuori, filtrato dal vapore e dall'odore del brodo. Non è una cosa cattiva. Anzi.
Fuori, attraverso il tendone semiaperto, si sente passare un gruppo di bambini che urlano qualcosa e poi scoppiano a ridere. Kamichi segue il suono con lo sguardo senza muovere la testa, poi torna alle pentole.
Aspetta, e per una volta non gli pesa.

07:27 Kamichi:
  [Konoah - Verso Ichiraku] La ciotola arriva con il rumore preciso e soddisfacente di ceramica posata su legno, un suono che Kamichi associa automaticamente al permesso di smettere di pensare per qualche minuto. Teuchi la fa scivolare davanti a lui con la praticità di chi ha compiuto quel gesto migliaia di volte, e il vapore sale subito denso, portando con sé l'odore del miso mescolato al brodo di ossa, la nota più scura della salsa di soia, qualcosa di leggermente affumicato che non ha mai saputo identificare con precisione ma che riconosce come parte integrante dell'Ichiraku.
«L'uovo è rimasto qualche minuto in più. Tuorlo morbido» dice Teuchi, sistemando accanto alla ciotola un paio di bacchette di bambù. «Lo so che ti piace così.»
Kamichi alza lo sguardo sul vecchio con un'espressione che è a metà tra la sorpresa e la gratitudine, poi abbassa di nuovo gli occhi sulla ciotola. «Grazie.»
Non aggiunge altro. Con Teuchi non c'è mai bisogno di riempire i silenzi.
Prende le bacchette, le separa con un movimento preciso, e si ferma un secondo prima di iniziare, non per cerimonia, solo per guardare. Il ramen è bello da vedere, in quel modo ordinario e senza pretese che hanno le cose fatte bene. I noodles si intravedono sotto la superficie del brodo torbido di miso, il mezzo uovo è adagiato sul lato con il tuorlo di un giallo intenso, quasi arancio, due fette di chashu arrotolate con cura, un ciuffo di cipollotto verde tagliato sottile. Niente di elaborato. Niente che voglia sembrare più di quello che è.
Inizia dai noodles, come sempre. Li raccoglie con le bacchette con una certa attenzione, li solleva quel tanto che basta per raffreddarli leggermente nell'aria, poi porta le bacchette alla bocca. Il sapore è esattamente quello che si aspettava: salato, profondo, con quella rotondità del miso che rimane sul palato qualche secondo dopo aver inghiottito. I noodles sono cotti al punto giusto, con ancora un minimo di consistenza sotto i denti.
Mastica lentamente. Non per eleganza, ma perché è stanco e mangiare piano è l'unica cosa che riesce a fare senza doverci pensare.
L'uomo anziano accanto a lui finisce la sua ciotola, posa le bacchette, e lascia qualche moneta sul bancone prima di alzarsi e sparire oltre il tendone. La ragazza dall'altra parte ha già il suo ramen davanti e mangia guardando da qualche parte nel vuoto, i capelli che le cadono leggermente sul viso. Kamichi non la guarda, non perché sia scortese, ma perché è il tipo di persona che lascia gli altri ai propri spazi, soprattutto nei posti come questo, dove si viene anche per stare soli in compagnia.
Beve un sorso di brodo direttamente dalla ciotola, inclinandola con entrambe le mani. Caldo, quasi troppo. Lo lascia scendere lento.

07:30 Kamichi:
  [Konoah - Verso Ichiraku] La ciotola è quasi vuota. Sul fondo rimane un dito di brodo torbido di miso, qualche frammento di cipollotto, le ultime tracce di grasso che disegnano cerchi sottili sulla superficie. Kamichi la inclina leggermente verso di sé, raccoglie gli ultimi noodles rimasti nell'angolo con pazienza, li porta alla bocca. Mastica. Poi beve il brodo rimasto in un sorso lungo, tenendo la ciotola sollevata con entrambe le mani fino a quando non ne rimane più niente. La posa sul bancone. Rimane qualche secondo fermo in quella posizione, schiena diritta, gomiti appoggiati al legno, mani ancora attorno alla ciotola vuota, con l'espressione di chi ha appena fatto una cosa necessaria e ne registra mentalmente il risultato. Bene. Meglio. Il peso della mattinata è ancora lì, da qualche parte, ma ha perso i bordi taglienti che aveva un'ora fa. Il brodo caldo ha fatto quello che doveva fare. «Com'era?» chiede Teuchi dall'interno della cucina, senza nemmeno guardare: sta già preparando qualcosa per il prossimo ordine, il mestolo che raschia ritmico il fondo della pentola. «Come sempre» risponde Kamichi. Il vecchio ride piano, soddisfatto. È il complimento più onesto che esista, in un posto come l'Ichiraku. Kamichi si alza dallo sgabello, infila una mano nella tasca e tira fuori le monete contate, ha già calcolato il prezzo prima di sedersi, è un'abitudine. Le posa sul bancone con un piccolo rumore metallico, sistemandole in fila senza ragione precisa, solo perché è fatto così. Poi recupera la giacca che aveva posato sulle ginocchia e la rimette sulle spalle con un movimento automatico. «Torna presto» dice Teuchi, ancora senza voltarsi. «Sì» dice Kamichi. Non è una promessa formale. È solo la verità: tornerà, perché torna sempre, perché ci sono pochi posti a Konoha che gli danno questa sensazione precisa di aver messo qualcosa al suo posto. Allontana il tendone con una mano, e l'aria del pomeriggio lo accoglie di nuovo, più fresca adesso che il sole ha perso un po' della sua forza e le ombre si sono allungate sul selciato. Cammina verso casa senza fretta, le mani di nuovo in tasca, il protettore frontale che cattura gli ultimi riflessi del giorno. La stanchezza è ancora nei muscoli, ma è diventata una stanchezza onesta, quella che si porta senza fatica, che sa di lavoro fatto e di cibo caldo nello stomaco. Domani ci saranno altri allenamenti. Altri mudra da correggere, altre ore sul campo. Ma questo è domani. Adesso c'è solo la strada, il vento leggero tra i tetti, e il sapore di miso che gli rimane ancora sul palato come una nota finale.